La Traviata
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
Da "La dame aux camèlias" dramma di Alexandre Dumas figlio (1852)
Altro titolo dell'opera: Violetta (Parma, 1855)
Prima rappresentazione: Teatro La Fenice di Venezia il 6 marzo 1853
Prima rappresentazione a Parma: 10 gennaio 1855
Violetta Valery, Soprano
Flora Bervoix, MezzoSoprano
Annina, Soprano
Alfredo Germont, Tenore
Giorgio Germont, padre di Alfredo, Baritono
Gastone, Visconte de Letoreies, Tenore
Il Barone Douphol, Baritono
Il Marchese d'Obigny, Basso
Il Dottor Grenvil, Basso
Giuseppe, servo di violetta, Tenore
Un domestico di Flora, Basso
Piccadori, Zingare, Servi di Violetta e Flora, Maschere
ATTO I
Preludio
SCENA I
Salotto in casa di Violetta.
Nel fondo e' la porta che mette ad altra sala; ve ne sono altre due laterali; a
sinistra, un caminetto con sopra uno specchio.
Nel mezzo e' una tavola riccamente imbandita.
(Violetta, seduta sopra un divano, sta discorrendo col Dottore e con alcuni
amici, mentre altri vanno ad incontrare quelli che sopraggiungono, tra i quali
sono il Barone e Flora al braccio del Marchese.)
CORO I:
Dell'invito trascorsa e' gia' l'ora
Voi tardaste
CORO II:
Giocammo da Flora.
E giocando quell'ore volar.
VIOLETTA:
(andando loro incontro)
Flora, amici, la notte che resta
D'altre gioie qui fate brillar
Fra le tazze e' piu' viva la festa
FLORA E MARCHESE:
E goder voi potrete?
VIOLETTA:
Lo voglio;
Al piacere m'affido, ed io soglio
Col tal farmaco i mali sopir.
TUTTI:
Si', la vita s'addoppia al gioir
SCENA II
Detti, il Visconte Gastone de Letorieres, Alfredo Germont.
Servi affacendati intorno alla mensa.
GASTONE:
(entrando con Alfredo)
In Alfredo Germont, o signora,
Ecco un altro che molto vi onora;
Pochi amici a lui simili sono.
VIOLETTA:
(Da' la mano ad Alfredo, che gliela bacia.)
Mio Visconte, merce' di tal dono.
MARCHESE:
Caro Alfredo
ALFREDO:
Marchese
(Si stringono la mano.)
GASTONE:
(ad Alfredo)
T'ho detto:
L'amista' qui s'intreccia al diletto.
(i servi frattanto avranno imbandito le vivande.)
VIOLETTA:
(ai servi)
Pronto e' il tutto?
(Un servo accenna di si'.)
Miei cari sedete:
E' al convito che s'apre ogni cor.
TUTTI:
Ben diceste le cure segrete
Fuga sempre l'amico licor.
(Siedono in modo che Violetta resti tra Alfredo e Gastone, di fronte vi sara'
Flora, tra il Marchese ed il Barone, gli altri siedono a piacere. V'ha un
momento di silenzio; frattanto passano i piatti, e Violetta e Gastone parlano
sottovoce tra loro)
GASTONE:
(piano, a Violetta)
Sempre Alfredo a voi pensa.
VIOLETTA:
Scherzate?
GASTONE:
Egra foste, e ogni di' con affanno
Qui volo', di voi chiese.
VIOLETTA:
Cessate.
Nulla son io per lui.
GASTONE:
Non v'inganno.
VIOLETTA:
(ad Alfredo)
Vero e' dunque? onde e' cio'?
Nol comprendo.
ALFREDO:
(sospirando)
Si, egli e' ver.
VIOLETTA:
(ad Alfredo)
Le mie grazie vi rendo.
Voi Barone, feste altrettanto
BARONE:
Vi conosco da un anno soltanto.
VIOLETTA:
Ed ei solo da qualche minuto.
FLORA:
(piano al Barone)
Meglio fora se aveste taciuto.
BARONE:
(piano a Flora)
Mi e' increscioso quel giovin
FLORA:
Perche'?
A me invece simpatico egli e'.
GASTONE:
(ad Alfredo)
E tu dunque non apri piu' bocca?
MARCHESE:
(a Violetta)
E' a madama che scuoterlo tocca
VIOLETTA:
(Mesce ad Alfredo)
Saro' l'Ebe che versa.
ALFREDO:
(con galanteria)
E ch'io bramo
immortal come quella.
TUTTI:
Beviamo.
GASTONE:
O barone, ne' un verso, ne' un viva
Troverete in quest'ora giuliva?
(Il Barone accenna di no.)
Dunque a te
(ad Alfredo)
TUTTI:
Si', si', un brindisi.
ALFREDO:
L'estro
Non m'arride
GASTONE:
E non se' tu maestro?
ALFREDO:
(a Violetta)
Vi fia grato?
VIOLETTA:
Si'.
ALFREDO:
(S'alza.)
Si'? L'ho gia' in cor.
MARCHESE:
Dunque attenti
TUTTI:
Si', attenti al cantor.
ALFREDO:
Libiam ne' lieti calici
Che la bellezza infiora,
E la fuggevol ora
S'inebri a volutta'.
Libiam ne' dolci fremiti
Che suscita l'amore,
Poiche' quell'occhio al core
(indicando Violetta)
Onnipotente va.
Libiamo, amor fra i calici
Piu' caldi baci avra'.
TUTTI:
Libiamo, amor fra i calici
Piu' caldi baci avra'.
VIOLETTA:
(S'alza.)
Tra voi sapro' dividere
Il tempo mio giocondo;
Tutto e' follia nel mondo
Cio' che non e' piacer.
Godiam, fugace e rapido
E' il gaudio dell'amore;
E' un fior che nasce e muore,
Ne' piu' si puo' goder.
Godiam c'invita un fervido
Accento lusinghier.
TUTTI:
Godiam la tazza e il cantico
La notte abbella e il riso;
In questo paradiso
Ne scopra il nuovo di'.
VIOLETTA:
(ad Alfredo)
La vita e' nel tripudio.
ALFREDO:
(a Violetta)
Quando non s'ami ancora.
VIOLETTA:
(ad Alfredo)
Nol dite a chi l'ignora.
ALFREDO:
(a Violetta)
E' il mio destin cosi'
TUTTI:
Godiam la tazza e il cantico
La notte abbella e il riso;
In questo paradiso
Ne scopra il nuovo di'.
(S'ode musica dall'altra sala.)
Che e' cio'?
VIOLETTA:
Non gradireste ora le danze?
TUTTI:
Oh, il gentil pensier! tutti accettiamo.
VIOLETTA:
Usciamo dunque
(S'avviano alla porta di mezzo,
ma Violetta e' colta da subito pallore.)
Ohime'!
TUTTI:
Che avete?
VIOLETTA:
Nulla,
Nulla.
TUTTI:
Che mai v'arresta
VIOLETTA:
Usciamo
(Fa qualche passo, ma e' obbligata a nuovamente fermarsi e sedere.)
Oh Dio!
TUTTI:
Ancora!
ALFREDO:
Voi soffrite?
TUTTI:
O ciel! ch'e' questo?
VIOLETTA:
Un tremito che provo
Or la' passate
(indica l'altra sala.)
Tra poco anch'io saro'
TUTTI:
Come bramate
(Tutti passano all'altra sala, meno Alfredo che resta indietro.)
SCENA III
VIOLETTA:
(guardandosi allo specchio)
Oh qual pallor!
(Volgendosi, s'accorge d'Alfredo.)
Voi qui!
ALFREDO:
Cessata e' l'ansia
Che vi turbo'?
VIOLETTA:
Sto meglio.
ALFREDO:
Ah, in cotal guisa
V'ucciderete aver v'e' d'uopo cura
Dell'esser vostro
VIOLETTA:
E lo potrei?
ALFREDO:
Se mia
Foste, custode io veglierei pe' vostri
Soavi di'.
VIOLETTA:
Che dite? ha forse alcuno
Cura di me?
ALFREDO:
(con fuoco)
Perche' nessuno al mondo
V'ama
VIOLETTA:
Nessun?
ALFREDO:
Tranne sol io.
VIOLETTA:
(ridendo)
Gli e' vero!
Si' grande amor dimenticato avea
ALFREDO:
Ridete? e in voi v'ha un core?
VIOLETTA:
Un cor? si' forse e a che lo richiedete?
ALFREDO:
Oh, se cio' fosse, non potreste allora
Celiar.
VIOLETTA:
Dite davvero?
ALFREDO:
Io non v'inganno.
VIOLETTA:
Da molto e' che mi amate?
ALFREDO:
Ah si', da un anno.
Un di', felice, eterea,
Mi balenaste innante,
E da quel di' tremante
Vissi d'ignoto amor.
Di quell'amor ch'e' palpito
Dell'universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.
VIOLETTA:
Ah, se cio' e' ver, fuggitemi
Solo amistade io v'offro:
Amar non so, ne' soffro
Un cosi' eroico amor.
Io sono franca, ingenua;
Altra cercar dovete;
Non arduo troverete
Dimenticarmi allor.
GASTONE:
(Si presenta sulla porta di mezzo.)
Ebben? che diavol fate?
VIOLETTA:
Si foleggiava
GASTONE:
Ah! ah! sta ben restate.
(Rientra.)
VIOLETTA:
(ad Alfredo)
Amor dunque non piu'
Vi garba il patto?
ALFREDO:
Io v'obbedisco
Parto
(per andarsene)
VIOLETTA:
A tal giungeste?
(Si toglie un fiore dal seno.)
Prendete questo fiore.
ALFREDO:
Perche'?
VIOLETTA:
Per riportarlo
ALFREDO:
(tornando)
Quando?
VIOLETTA:
Quando
Sara' appassito.
ALFREDO:
O ciel! domani
VIOLETTA:
Ebben,
Domani.
ALFREDO:
(Prende con trasporto il fiore.)
Io son felice!
VIOLETTA:
D'amarmi dite ancora?
ALFREDO:
(per partire)
Oh, quanto v'amo!
VIOLETTA:
Partite?
ALFREDO:
(tornando a lei baciandole la mano)
Parto.
VIOLETTA:
Addio.
ALFREDO:
Di piu' non bramo.
(Esce.)
SCENA IV
Violetta e tutti gli altri che tornano dalla sala riscaldati dalle
danze.
TUTTI:
Si ridesta in ciel l'aurora,
E n'e' forza di partir;
Merce' a voi, gentil signora,
Di si' splendido gioir.
La citta' di feste e' piena,
Volge il tempo dei piacer;
Nel riposo ancor la lena
Si ritempri per goder,
(Partono alla destra.)
SCENA V
Violetta sola.
VIOLETTA:
E' strano! e' strano! in core
Scolpiti ho quegli accenti!
Sari'a per me sventura un serio amore?
Che risolvi, o turbata anima mia?
Null'uomo ancora t'accendeva
O gioia
Ch'io non conobbi, essere amata amando!
E sdegnarla poss'io
Per l'aride follie del viver mio?
Ah, fors'e' lui che l'anima
Solinga ne' tumulti
Godea sovente pingere
De' suoi colori occulti!
Lui che modesto e vigile
All'egre soglie ascese,
E nuova febbre accese,
Destandomi all'amor.
A quell'amor ch'e' palpito
Dell'universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.
A me fanciulla, un candido
E trepido desire
Questi effigio' dolcissimo
Signor dell'avvenire,
Quando ne' cieli il raggio
Di sua belta' vedea,
E tutta me pascea
Di quel divino error.
Senti'a che amore e' palpito
Dell'universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor!
(Resta concentrata un istante, poi dice)
Follie! follie delirio vano e' questo!
Povera donna, sola
Abbandonata in questo
Popoloso deserto
Che appellano Parigi,
Che spero or piu'?
Che far degg'io!
Gioire,
Di volutta' nei vortici perire.
Sempre libera degg'io
Folleggiar di gioia in gioia,
Vo' che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer,
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne' ritrovi
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.
(Entra a sinistra.)
ATTO II
SCENA I
Casa di campagna presso Parigi.
Salotto terreno. Nel fondo in faccia agli spettatori, e' un camino,
sopra il quale uno specchio ed un orologio, fra due porte chiuse da cristalli
che mettono ad un giardino.
Al primo piano, due altre porte, una di fronte all'altra.
Sedie, tavolini, qualche libro, l'occorrente per scrivere.
ALFREDO:
(deponendo il fucile)
Lunge da lei per me non v'ha diletto!
Volaron gia' tre lune
Dacche' la mia Violetta
Agi per me lascio', dovizie, onori,
E le pompose feste
Ove, agli omaggi avvezza,
Vedea schiavo ciascun di sua bellezza
Ed or contenta in questi ameni luoghi
Tutto scorda per me. Qui presso a lei
Io rinascer mi sento,
E dal soffio d'amor rigenerato
Scordo ne' gaudii suoi tutto il passato.
De' miei bollenti spiriti
Il giovanile ardore
Ella tempro' col placido
Sorriso dell'amore!
Dal di' che disse: vivere
Io voglio a te fedel,
Dell'universo immemore
Io vivo quasi in ciel.
SCENA II
Detto ed Annina in arnese da viaggio.
ALFREDO:
Annina, donde vieni?
ANNINA:
Da Parigi.
ALFREDO:
Chi tel commise?
ANNINA:
Fu la mia signora.
ALFREDO:
Perche'?
ANNINA:
Per alienar cavalli, cocchi,
E quanto ancor possiede.
ALFREDO:
Che mai sento!
ANNINA:
Lo spendio e' grande a viver qui solinghi
ALFREDO:
E tacevi?
ANNINA:
Mi fu il silenzio imposto.
ALFREDO:
Imposto! or v'abbisogna?
ANNINA:
Mille luigi.
ALFREDO:
Or vanne andro' a Parigi.
Questo colloquio ignori la signora.
Il tutto valgo a riparare ancora.
(Annina parte.)
SCENA III
Alfredo solo
ALFREDO:
O mio rimorso! O infamia
E vissi in tale errore?
Ma il turpe sogno a frangere
Il ver mi baleno'.
Per poco in seno acquetati,
O grido dell'onore;
M'avrai securo vindice;
Quest'onta lavero'.
(esce)
SCENA IV
Violetta ch'entra con alcune carte, parlando con Annina, poi Giuseppe a
tempo.
VIOLETTA:
Alfredo?
ANNINA:
Per Parigi or or partiva.
VIOLETTA:
E tornera'?
ANNINA:
Pria che tramonti il giorno
Dirvel m'impose
VIOLETTA:
E' strano!
ANNINA:
(presentandole una lettera)
Per voi
VIOLETTA:
(La prende.)
Sta bene. In breve
Giungera' un uom d'affari, entri all'istante.
(Annina e Giuseppe escono.)
SCENA V
Violetta, quindi il signor Germont introdotto da Giuseppe che avanza due
sedie e parte.
VIOLETTA:
(leggendo la lettera)
Ah, ah, scopriva Flora il mio ritiro!
E m'invita a danzar per questa sera!
Invan m'aspettera'
(Getta il foglio sul tavolino e siede.)
ANNINA:
E' qui un signore
VIOLETTA:
Ah! sara' lui che attendo.
(Accenna a Giuseppe d'introdurlo.)
GERMONT::
Madamigella Valery?
VIOLETTA:
Son io.
GERMONT:
D'Alfredo il padre in me vedete!
VIOLETTA:
(Sorpresa, gli accenna di sedere.)
Voi!
GERMONT:
(sedendo)
Si', dell'incauto, che a ruina corre,
Ammaliato da voi.
VIOLETTA:
(alzandosi risentita)
Donna son io, signore, ed in mia casa;
Ch'io vi lasci assentite,
Piu' per voi che per me.
(per uscire)
GERMONT:
(Quai modi!)
Pure
VIOLETTA:
Tratto in error voi foste.
(Torna a sedere.)
GERMONT:
De' suoi beni
Dono vuol farvi
VIOLETTA:
Non l'oso' finora
Rifiuterei.
GERMONT:
(guardandosi intorno)
Pur tanto lusso
VIOLETTA:
A tutti
E' mistero quest'atto
A voi nol sia.
(Gli da' le carte.)
GERMONT:
(dopo averle scorse coll'occhio)
Ciel! che discopro!
D'ogni vostro avere
Or volete spogliarvi?
Ah, il passato perche', perche' v'accusa?
VIOLETTA:
(con entusiasmo)
Piu' non esiste or amo Alfredo, e Dio
Lo cancello' col pentimento mio.
GERMONT:
Nobili sensi invero!
VIOLETTA:
Oh, come dolce
Mi suona il vostro accento!
GERMONT:
(alzandosi)
Ed a tai sensi
Un sacrificio chieggo
VIOLETTA:
(alzandosi)
Ah no, tacete
Terribil cosa chiedereste certo
Il previdi v'attesi era felice
Troppo
GERMONT:
D'Alfredo il padre
La sorte, l'avvenir domanda or qui
De' suoi due figli.
VIOLETTA:
Di due figli!
GERMONT:
Si'.
Pura siccome un angelo
Iddio mi die' una figlia;
Se Alfredo nega riedere
In seno alla famiglia,
L'amato e amante giovine,
Cui sposa andar dovea,
Or si ricusa al vincolo
Che lieti ne rendea
Deh, non mutate in triboli
Le rose dell'amor.
Ai preghi miei resistere
Non voglia il vostro cor.
VIOLETTA:
Ah, comprendo dovro' per alcun tempo
Da Alfredo allontanarmi doloroso
Fora per me pur
GERMONT:
Non e' cio' che chiedo.
VIOLETTA:
Cielo, che piu' cercate? offersi assai!
GERMONT:
Pur non basta
VIOLETTA:
Volete che per sempre a lui rinunzi?
GERMONT:
E' d'uopo!
VIOLETTA:
Ah, no giammai!
Non sapete quale affetto
Vivo, immenso m'arda in petto?
Che ne' amici, ne' parenti
Io non conto tra i viventi?
E che Alfredo m'ha giurato
Che in lui tutto io trovero'?
Non sapete che colpita
D'altro morbo e' la mia vita?
Che gia' presso il fin ne vedo?
Ch'io mi separi da Alfredo?
Ah, il supplizio e' si spietato,
Che morir preferiro'.
GERMONT:
E' grave il sacrifizio,
Ma pur tranquilla udite
Bella voi siete e giovane
Col tempo
VIOLETTA:
Ah, piu' non dite
V'intendo m'e' impossibile
Lui solo amar vogl'io.
GERMONT:
Sia pure ma volubile
Sovente e' l'uom
VIOLETTA:
(colpita)
Gran Dio!
GERMONT:
Un di', quando le veneri
Il tempo avra' fugate,
Fia presto il tedio a sorgere
Che sara' allor? pensate
Per voi non avran balsamo
I piu' soavi affetti|
Poiche' dal ciel non furono
Tai nodi benedetti.
VIOLETTA:
E' vero!
GERMONT:
Ah, dunque sperdasi
Tal sogno seduttore
Siate di mia famiglia
L'angiol consolatore
Violetta, deh, pensateci,
Ne siete in tempo ancor.
E' Dio che ispira, o giovine
Tai detti a un genitor.
VIOLETTA:
(con estremo dolore)
(Cosi' alla misera - ch'e' un di' caduta,
Di piu' risorgere - speranza e' muta!
Se pur beneficio - le indulga Iddio,
L'uomo implacabile - per lei sara'.)
(a Germont, piangendo)
Dite alla giovine - si' bella e pura
Ch'avvi una vittima - della sventura,
Cui resta un unico - raggio di bene
Che a lei il sacrifica - e che morra'!
GERMONT:
Si', piangi, o misera - supremo, il veggo,
E' il sacrificio - ch'ora io ti chieggo.
Sento nell'anima - gia' le tue pene;
Coraggio e il nobile - cor vincera'.
(Silenzio.)
VIOLETTA:
Or imponete.
GERMONT:
Non amarlo ditegli.
VIOLETTA:
Nol credera'.
GERMONT:
Partite.
VIOLETTA:
Seguirammi.
GERMONT:
Allor
VIOLETTA:
Qual figlia m'abbracciate forte
Cosi' saro'.
(S'abbracciano.)
Tra breve ei vi fia reso,
Ma afflitto oltre ogni dire.
A suo conforto
Di cola' volerete
(Indicandogli il giardino, va per scrivere.)
GERMONT:
Che pensate?
VIOLETTA:
Sapendol, v'opporreste al pensier mio.
GERMONT:
Generosa! e per voi che far poss'io?
VIOLETTA:
(tornando a lui)
Morro'! la mia memoria
Non fia ch'ei maledica,
Se le mie pene orribili
Vi sia chi almen gli dica.
GERMONT:
No, generosa, vivere,
E lieta voi dovrete,
Merce' di queste lagrime
Dal cielo un giorno avrete.
VIOLETTA:
Conosca il sacrifizio
Ch'io consumai d'amor
Che sara' suo fin l'ultimo
Sospiro del mio cor.
GERMONT:
Premiato il sacrifizio
Sara' del vostro amor;
D'un opra cosi' nobile
Sarete fiera allor.
VIOLETTA:
Qui giunge alcun:
partite!
GERMONT:
Ah, grato v'e' il cor mio!
VIOLETTA:
Non ci vedrem piu' forse.
(S'abbracciano.)
A DUE:
Siate felice Addio!
(Germont esce per la porta del giardino.)
SCENA VI
Violetta, poi Annina, quindi Alfredo.
VIOLETTA:
Dammi tu forza, o cielo!
(Siede, scrive, poi suona il campanello.)
ANNINA:
Mi richiedeste?
VIOLETTA:
Si', reca tu stessa
Questo foglio
(Annina ne guarda la direzione e se ne mostra sorpresa.)
VIOLETTA:
Silenzio va' all'istante
(Annina parte)
Ed ora si scriva a lui
Che gli diro'? Chi men dara' il coraggio?
(Scrive e poi suggella)
ALFREDO:
(entrando)
Che fai?
VIOLETTA:
(nascondendo la lettera)
Nulla.
ALFREDO:
Scrivevi?
VIOLETTA:
(confusa)
Si' no
ALFREDO:
Qual turbamento! a chi scrivevi?
VIOLETTA:
A te
ALFREDO:
Dammi quel foglio.
VIOLETTA:
No, per ora
ALFREDO:
Mi perdona son io preoccupato.
VIOLETTA:
(alzandosi)
Che fu?
ALFREDO:
Giunse mio padre
VIOLETTA:
Lo vedesti?
ALFREDO:
Ah no: severo scritto mi lasciava
Pero' l'attendo, t'amera' in vederti.
VIOLETTA:
(molto agitata)
Ch'ei qui non mi sorprenda
Lascia che m'allontani tu lo calma
(mal frenato il pianto)
Ai piedi suoi mi gettero' divisi
Ei piu' non ne vorra' sarem felici
Perche' tu m'ami, Alfredo, non e' vero?
ALFREDO:
O, quanto Perche' piangi?
VIOLETTA:
Di lagrime avea d'uopo or son tranquilla
(sforzandosi)
Lo vedi? ti sorrido
Saro' la', tra quei fior presso a te sempre.
Amami, Alfredo, quant'io t'amo Addio.
(Corre in giardino.)
SCENA VII
Alfredo, poi Giuseppe, indi un Commissario a tempo.
ALFREDO:
Ah, vive sol quel core all'amor mio!
(Siede, prende a caso un libro, legge alquanto, quindi si alza guarda l'ora
sull'orologio sovrapposto al camino.)
E' tardi: ed oggi forse
Piu' non verra' mio padre.
GIUSEPPE:
(entrando frettoloso)
La signora e' partita
L'attendeva un calesse, e sulla via
Gia' corre di Parigi Annina pure
Prima di lei spariva.
ALFREDO:
Il so, ti calma.
GIUSEPPE:
Che vuol dir cio'?
(Parte.)
ALFREDO:
Va forse d'ogni avere
Ad affrettar la perdita Ma Annina
Lo impedira'.
(Si vede il padre attraversare in lontananza il giardino.)
Qualcuno e' nel giardino!
Chi e' la'?
(per uscire)
COMMISSARIO:
(alla porta)
Il signor Germont?
ALFREDO:
Son io.
COMMISSARIO:
Una dama
Da un cocchio, per voi, di qua non lunge,
Mi diede questo scritto
(Da' una lettera ad Alfredo, ne riceve qualche moneta e parte.)
SCENA VIII
Alfredo, poi Germont ch'entra in giardino.
ALFREDO:
Di Violetta! Perche' son io commosso!
A raggiungerla forse ella m'invita
Io tremo! Oh ciel! Coraggio!
(Apre e legge.)
"Alfredo, al giungervi di questo foglio"
(come fulminato grida)
Ah!
(Volgendosi si trova a fronte del padre, nelle cui braccia si abbandona
esclamando)
Padre mio!
GERMONT:
Mio figlio!
Oh, quanto soffri! tergi, ah, tergi il pianto
Ritorna di tuo padre orgoglio e vanto
(Alfredo Disperato, siede presso il tavolino col volto tra le mani.)
GERMONT:
Di Provenza il mar, il suol - chi dal cor ti cancello?
Al natio fulgente sol - qual destino ti furo'?
Oh, rammenta pur nel duol - ch'ivi gioia a te brillo';
E che pace cola' sol - su te splendere ancor puo'.
Dio mi guido'!
Ah! il tuo vecchio genitor - tu non sai quanto soffri'
Te lontano, di squallor il suo tetto si copri'
Ma se alfin ti trovo ancor, - se in me speme non falli',
Se la voce dell'onor - in te appien non ammuti',
Dio m'esaudi'!
(abbracciandolo)
Ne' rispondi d'un padre all'affetto?
ALFREDO:
Mille serpi divoranmi il petto
(respingendo il padre)
Mi lasciate.
GERMONT:
Lasciarti!
ALFREDO:
(risoluto)
(Oh vendetta!)
GERMONT:
Non piu' indugi; partiamo t'affretta
ALFREDO:
(Ah, fu Douphol!)
GERMONT:
M'ascolti tu?
ALFREDO:
No.
GERMONT:
Dunque invano trovato t'avro'!
No, non udrai rimproveri;
Copriam d'oblio il passato;
L'amor che m'ha guidato,
Sa tutto perdonar.
Vieni, i tuoi cari in giubilo
Con me rivedi ancora:
A chi peno' finora
Tal gioia non negar.
Un padre ed una suora
T'affretta a consolar.
ALFREDO:
(Scuotendosi, getta a caso gli occhi sulla tavola,
vede la lettera di Flora, esclama:)
Ah! ell'e' alla festa! volisi
L'offesa a vendicar.
(Fugge precipitoso.)
GERMONT:
Che dici? Ah, ferma!
(Lo insegue.)
SCENA IX
Galleria nel palazzo di Flora, riccamente addobbata ed illuminata.
Una porta nel fondo e due laterali.
A destra, piu' avanti, un tavoliere con quanto occorre pel giuoco; a sinistra,
ricco tavolino con fiori e rinfreschi, varie sedie e un divano.
Flora, il Marchese, il Dottore ed altri invitati entrano dalla sinistra
discorrendo fra loro.
FLORA:
Avrem lieta di maschere la notte:
N'e' duce il viscontino
Violetta ed Alfredo anco invitai.
MARCHESE:
La novita' ignorate?
Violetta e Germont sono disgiunti.
DOTTORE E FLORA:
Fia vero?
MARCHESE:
Ella verra' qui col barone.
DOTTORE:
Li vidi ieri ancor parean felici.
(S'ode rumore a destra.)
FLORA:
Silenzio udite?
TUTTI:
(Vanno verso la destra.)
Giungono gli amici.
SCENA X
Detti, e molte signore mascherate da Zingare, che entrano dalla destra.
ZINGARE:
Noi siamo zingarelle
Venute da lontano;
D'ognuno sulla mano
Leggiamo l'avvenir.
Se consultiam le stelle
Null'avvi a noi d'oscuro,
E i casi del futuro
Possiamo altrui predir.
I:
Vediamo! Voi, signora,
(Prendono la mano di Flora e l'osservano.)
Rivali alquante avete.
(Fanno lo stesso al Marchese.)
II:
Marchese, voi non siete
Model di fedelta'.
FLORA:
(al Marchese)
Fate il galante ancora?
Ben, vo' me la paghiate
MARCHESE:
(a Flora)
Che dianci vi pensate?
L'accusa e' falsita'.
FLORA:
La volpe lascia il pelo,
Non abbandona il vizio
Marchese mio, giudizio
O vi faro' pentir.
TUTTI:
Su via, si stenda un velo
Sui fatti del passato;
Gia' quel ch'e' stato e' stato,
Badate/Badiamo all'avvenir.
(Flora ed il Marchese si stringono la mano.)
SCENA XI
Detti, Gastone ed altri mascherati da Mattadori, Piccadori spagnuoli,
ch'entrano vivamente dalla destra.
GASTONE E MATTADORI
Di Madride noi siam mattadori,
Siamo i prodi del circo de' tori,
Teste' giunti a godere del chiasso
Che a Parigi si fa pel bue grasso;
E una storia, se udire vorrete,
Quali amanti noi siamo saprete.
GLI ALTRI:
Si', si', bravi: narrate, narrate:
Con piacere l'udremo
GASTONE E MATTADORI:
Ascoltate.
E' Piquillo un bel gagliardo
Biscaglino mattador:
Forte il braccio, fiero il guardo,
Delle giostre egli e' signor.
D'andalusa giovinetta
Follemente innamoro';
Ma la bella ritrosetta
Cosi' al giovane parlo':
Cinque tori in un sol giorno
Vo' vederti ad atterrar;
E, se vinci, al tuo ritorno
Mano e cor ti vo' donar.
Si', gli disse, e il mattadore,
Alle giostre mosse il pie';
Cinque tori, vincitore
Sull'arena egli stende'.
GLI ALTRI:
Bravo, bravo il mattadore,
Ben gagliardo si mostro'
Se alla giovane l'amore
In tal guisa egli provo'.
GASTONE E MATTADORI:
Poi, tra plausi, ritornato
Alla bella del suo cor,
Colse il premio desiato
Tra le braccia dell'amor.
GLI ALTRI:
Con tai prove i mattadori
San le belle conquistar!
GASTONE E MATTADORI:
Ma qui son piu' miti i cori;
A noi basta folleggiar
TUTTI:
Si', si', allegri Or pria tentiamo
Della sorte il vario umor;
La palestra dischiudiamo
Agli audaci giuocator.
(Gli uomini si tolgono la maschera, chi passeggia e chi si accinge a giuocare.)
SCENA XII
Detti ed Alfredo, quindi Violetta col Barone. Un servo a tempo.
TUTTI:
Alfredo! Voi!
ALFREDO:
Si', amici
FLORA:
Violetta?
ALFREDO:
Non ne so.
TUTTI:
Ben disinvolto! Bravo!
Or via, giuocar si puo'.
(Gastone si pone a tagliare, Alfredo ed altri puntano. Violetta Entra
al braccio del Barone.)
FLORA:
(andandole incontro)
Qui desiata giungi.
VIOLETTA:
Cessi al cortese invito.
FLORA:
Grata vi son, barone, d'averlo pur gradito.
BARONE:
(piano a Violetta)
(Germont e' qui! il vedete!)
VIOLETTA:
(Ciel! gli e' vero).
Il vedo.
BARONE:
(cupo)
Da voi non un sol detto si volga
A questo Alfredo.
VIOLETTA:
(Ah, perche' venni, incauta!
Pieta' di me, gran Dio!)
FLORA:
(a Violetta, facendola sedere presso di se' sul divano)
Meco t'assidi: narrami quai novita' vegg'io?
(Il Dottore si avvicina ad esse, che sommessamente conversano.
Il Marchese si trattiene a parte col Barone, Gastone taglia, Alfredo ed altri
puntano, altri passeggiano.)
ALFREDO:
Un quattro!
GASTONE:
Ancora hai vinto.
ALFREDO:
(Punta e vince)
Sfortuna nell'amore
Vale fortuna al giuoco!
TUTTI:
E' sempre vincitorel
ALFREDO:
Oh, vincero' stasera; e l'oro guadagnato
Poscia a goder tra' campi ritornero' beato.
FLORA:
Solo?
ALFREDO:
No, no, con tale che vi fu meco ancor,
Poi mi sfuggi'a
VIOLETTA:
(Mio Dio!)
GASTONE:
(ad Alfredo, indicando Violetta)
(Pieta' di lei!)
BARONE:
(ad Alfredo, con mal frenata ira)
Signor!
VIOLETTA:
(al Barone)
(Frenatevi, o vi lascio.)
ALFREDO:
(disinvolto)
Barone, m'appellaste?
BARONE:
Siete in si' gran fortuna,
Che al giuoco mi tentaste.
ALFREDO:
(ironico)
Si'? la disfida accetto
VIOLETTA:
(Che fia? morir mi sento.)
BARONE:
(puntando)
Cento luigi a destra.
ALFREDO:
(puntando)
Ed alla manca cento.
GASTONE:
Un asse un fante hai vinto!
BARONE:
Il doppio?
ALFREDO:
Il doppio sia.
GASTONE:
(tagliando)
Un quattro, un sette.
TUTTI:
Ancora!
ALFREDO:
Pur la vittoria e' mia!
CORO
Bravo davver! la sorte e' tutta per Alfredo!
FLORA:
Del villeggiar la spesa fara' il baron,
Gia' il vedo.
ALFREDO:
(al Barone)
Seguite pur.
SERVO:
La cena e' pronta.
CORO:
(avviandosi)
Andiamo.
ALFREDO:
Se continuar v'aggrada
(tra loro a parte)
BARONE:
Per ora nol possiamo:
Piu' tardi la rivincita.
ALFREDO:
Al gioco che vorrete.
BARONE:
Seguiam gli amici; poscia
ALFREDO:
Saro' qual bramerete.
(Tutti entrano nella porta di mezzo: la scena rimane un istante vuota.)
SCENA XIII
Violetta che ritorna affannata, indi Alfredo.
VIOLETTA:
Invitato a qui seguirmi,
Verra' desso? vorra' udirmi?
Ei verra', che' l'odio atroce
Puote in lui piu' di mia voce
ALFREDO:
Mi chiamaste? che bramate?
VIOLETTA:
Questi luoghi abbandonate
Un periglio vi sovrasta
ALFREDO:
Ah, comprendo! Basta, basta
E si' vile mi credete?
VIOLETTA:
Ah no, mai
ALFREDO:
Ma che temete?. .
VIOLETTA:
Temo sempre del Barone
ALFREDO:
E' tra noi mortal quistione
S'ei cadra' per mano mia
Un sol colpo vi torri'a
Coll'amante il protettore
V'atterrisce tal sciagura?
VIOLETTA:
Ma s'ei fosse l'uccisore?
Ecco l'unica sventura
Ch'io pavento a me fatale!
ALFREDO:
La mia morte! Che ven cale?
VIOLETTA:
Deh, partite, e sull'istante.
ALFREDO:
Partiro', ma giura innante
Che dovunque seguirai
I miei passi
VIOLETTA:
Ah, no, giammai.
ALFREDO:
No! giammai!
VIOLETTA:
Va', sciagurato.
Scorda un nome ch'e' infamato.
Va mi lascia sul momento
Di fuggirti un giuramento
Sacro io feci
ALFREDO:
E chi potea?
VIOLETTA:
Chi diritto pien ne avea.
ALFREDO:
Fu Douphol?
VIOLETTA:
(con supremo sforzo)
Si'.
ALFREDO:
Dunque l'ami?
VIOLETTA:
Ebben l'amo
ALFREDO:
(Corre furente alla porta e grida )
Or tutti a me.
SCENA XIV
Detti, e tutti i precedenti che confusamente ritornano.
TUTTI:
Ne appellaste? Che volete?
ALFREDO:
(additando Violetta che abbattuta si appoggia al tavolino)
Questa donna conoscete?
TUTTI:
Chi? Violetta?
ALFREDO:
Che facesse
Non sapete?
VIOLETTA:
Ah, taci
TUTTI:
No.
ALFREDO:
Ogni suo aver tal femmina
Per amor mio sperdea
Io cieco, vile, misero,
Tutto accettar potea,
Ma e' tempo ancora! tergermi
Da tanta macchia bramo
Qui testimoni vi chiamo
Che qui pagata io l'ho.
(Getta con furente sprezzo una borsa ai piedi di Vloletta, che sviene tra le
braccia di Flora e del Dottore. In tal momento entra il padre.)
SCENA XV
Detti, ed il Signor Germont, ch'entra all'ultime parole.
TUTTI:
Oh, infamia orribile
Tu commettesti!
Un cor sensibile
Cosi' uccidesti!
Di donne ignobile
Insultator,
Di qui allontanati,
Ne desti orror.
GERMONT:
(con dignitoso fuoco)
Di sprezzo degno se stesso rende
Chi pur nell'ira la donna offende.
Dove'e' mio figlio? piu' non lo vedo:
In te piu' Alfredo - trovar non so.
(Io sol fra tanti so qual virtude
Di quella misera il sen racchiude
Io so che l'ama, che gli e' fedele,
Eppur, crudele, - tacer dovro'!)
ALFREDO:
(da se')
(Ah si' che feci! ne sento orrore.
Gelosa smania, deluso amore
Mi strazia l'alma piu' non ragiono.
Da lei perdono - piu' non avro'.
Volea fuggirla non ho potuto!
Dall'ira spinto son qui venuto!
Or che lo sdegno ho disfogato,
Me sciagurato! - rimorso n'ho.
VIOLETTA:
(riavendosi)
Alfredo, Alfredo, di questo core
Non puoi comprendere tutto l'amore;
Tu non conosci che fino a prezzo
Del tuo disprezzo - provato io l'ho!
Ma verra' giorno in che il saprai
Com'io t'amassi confesserai
Dio dai rimorsi ti salvi allora;
Io spenta ancora - pur t'amero'.
BARONE:
(piano ad Alfredo)
A questa donna l'atroce insulto
Qui tutti offese, ma non inulto
Fia tanto oltraggio - provar vi voglio
Che tanto orgolio - fiaccar sapro'.
TUTTI:
Ah, quanto peni! Ma pur fa core
Qui soffre ognuno del tuo dolore;
Fra cari amici qui sei soltanto;
Rasciuga il pianto - che t'inondo'.
ATTO III
Preludio
SCENA I
Camera da letto di Violetta. Nel fondo e' un letto con cortine mezze tirate;
una finestra chiusa da imposte interne;
presso il letto uno sgabello su cui una bottiglia di acqua, una tazza di
cristallo, diverse medicine.
A meta' della scena una toilette, vicino un canape'; piu' distante un altro
mobile, sui cui arde un lume da notte;
varie sedie ed altri mobili. La porta e' a sinistra; di fronte v'e' un caminetto
con fuoco acceso.
Violetta dorme sul letto. Annina, seduta presso il caminetto, e' pure
addormentata.
VIOLETTA:
(destandosi)
Annina?
ANNINA:
(svegliandosi confusa)
Comandate?
VIOLETTA:
Dormivi, poveretta?
ANNINA:
Si', perdonate.
VIOLETTA:
Dammi d'acqua un sorso.
(Annina eseguisce.)
Osserva, e' pieno il giorno?
ANNINA:
Son sett'ore.
VIOLETTA:
Da' accesso a un po' di luce
ANNINA:
(Apre le imposte e guarda nella via.)
Il signor di Grenvil!
VIOLETTA:
Oh, il vero amico!
Alzar mi vo' m'aita.
(Si rialza e ricade; poi, sostenuta da Annina, va lentamente verso il canape',
ed il Dottore entra in tempo per assisterla ad adagiarsi.
Annina vi aggiunge dei cuscini.)
SCENA II
Dette e il Dottore.
VIOLETTA:
Quanta bonta' pensaste a me per tempo!
DOTTORE:
(Le tocca il polso.)
Or, come vi sentite?
VIOLETTA:
Soffre il mio corpo, ma tranquilla ho l'alma.
Mi conforto' iersera un pio ministro.
Religione e' sollievo a' sofferenti.
DOTTORE:
E questa notte?
VIOLETTA:
Ebbi tranquillo il sonno.
DOTTORE:
Coraggio adunque la convalescenza
Non e' lontana
VIOLETTA:
Oh, la bugia pietosa
A' medici e' concessa
DOTTORE: