Un Ballo in Maschera
Melodramma in tre atti di Antonio Somma
Da "Gustave III ou le roi masquè" di Eugène Scribe (1833)
Prima rappresentazione: Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859
Prima rappresentazione a Parma: 25 dicembre 1860
Riccardo, Conte di Warwick Governatore di Boston, Tenore
Renato, creolo, suo segretario e sposo di Amelia, Baritono
Amelia, moglie di Renato, Soprano
Ulrica, indovina di razza nera, MezzoSoprano
Oscar, paggio di Riccardo, Soprano
Silvano, marinaio, Basso
Samuel, nemico del conte, Basso
Tom, nemico del conte, Basso
Giudice, Tenore
Servitore di Amelia, Tenore
Nobili, deputati, guardie, seguaci di Samuel e Tom, marinai, popolani di
Boston, servi, maschere e coppie di danzatori, Coro
Scena: Boston, Massachusset, e dintorni fine del secolo XVII.
UFFICIALI, GENTILUOMINI:
Posa in pace, a' bei sogni ristora,
O Riccardo, il tuo nobile cor.
A te scudo su questa dimora
Sta d'un vergine mondo l'amor.
SAMUEL, TOM E LORO ADERENTI:
E sta l'odio che prepara il fio,
Ripensando ai caduti per te.
Come speri, disceso l'oblio
Sulle tombe infelici non è.
(Entra Oscar dalla stanze del conte)
OSCAR:
S'avanza il conte.
GUSTAVO:
(salutando gli astanti)
Amici miei . . . Soldati . . .
(ai deputati nel ricevere delle suppliche)
E voi del par diletti a me! Porgete:
A me s'aspetta; io deggio
Su' miei figli vegliar, perchè sia pago
Ogni voto, se giusto.
Bello il poter non è, che de' soggetti
Le lagrime non terge, e ad incorrotta
Gloria non mira.
OSCAR:
(a Riccardo)
Leggere vi piaccia
Delle danze l'invito.
GUSTAVO:
Avresti alcuna
Beltà dimenticato?
OSCAR:
(porgendogli un foglio)
Eccovi i nomi.
GUSTAVO:
(leggendo, tra sè)
(Amelia . . . ah, dessa ancor! L'anima mia
In lei rapita ogni grandezza oblia!
La rivedrà nell'estasi
Raggiante di pallore . . .
E qui sonar d'amore
La sua parola udrà.
O dolce notte, scendere
Tu puoi gemmata a festa:
Ma la mia stella è questa
Che il ciel non ha!)
SAMUEL, TOM E LORO ADERENTI:
(sommessamente)
L'ora non è, chè tutto
Qui d'operar ne toglie
Dalle nemiche soglie
Meglio l'uscir sarà.
OSCAR, UFFICIALI, GENTILUOMINI:
Con generoso affetto
Entro se stesso assorto,
Il nostro bene oggetto
De' suoi pensier farà.
GUSTAVO:
(Ah! E qui sonar d'amore
La sua parola udrà)
(ad Oscar)
Il cenno mio di là con essi attendi.
(Tutti s'allontanano. Oscar esce per ultimo e incontra Renato al
limitare)
OSCAR:
(a Renato)
Libero è il varco a voi.
RENATO:
(Deh, come triste appar!)
GUSTAVO:
(Amelia!)
RENATO:
(chinandosi)
Sire . . .
GUSTAVO:
(O ciel! lo sposo suo!)
RENATO:
(accostandosi)
Turbato il mio
Signor, mentre dovunque il nome suo
Inclito suona?
GUSTAVO:
Per la gloria è molto,
Nulla per col. Segreta, acerba cura
M'opprime.
RENATO:
E d'onde?
GUSTAVO:
Ah no ... non più ...
RENATO:
Dirolla io la cagion.
GUSTAVO:
(Gran Dio!)
RENATO:
So tutto ...
GUSTAVO:
E che?
RENATO:
So tutto.
Già questa soglia istessa
Non t'è securo asilo.
GUSTAVO:
Prosegui.
RENATO:
Un reo disegno
Nell'ombre si matura,
I giorni tuoi minaccia.
GUSTAVO:
(con gioia)
Ah! ... gli è di ciò che parli?
Altro non sai?
RENATO:
Se udir ti piace i nomi ...
GUSTAVO:
Che importa? Io li disprezzo.
RENATO:
Svelarli è mio dover.
GUSTAVO:
Taci: nel sangue
Contaminarmi allor dovrei. Non fia,
Nol vo'. Del popol mio
L'amor mi guardi e mi protegga Iddio.
RENATO:
Alla vita che t'arride
Di speranze e gaudio piena,
D'altre mille e mille vite
Il destino s'incatena!
Te perduto, ov'è la patria
Col suo splendido avvenir?
E sarà dovunque, sempre
Chiuso il varco alle ferite,
Perchè scudo del tuo petto
È del popolo l'affetto?
Dell'amor più desto è l'odio
Le sue vittime a colpir.
OSCAR:
(all'entrata)
Il primo giudice.
GUSTAVO:
S'avanzi.
GIUDICE:
(offrendogli dispacci a firmare)
Sire!
GUSTAVO:
Che leggo! ... il bando ad una donna! Or d'onde?
Qual è il suo nome? ... di che rea?
GIUDICE:
S'appella Ulrica, dell'immondo
Sangue gitano.
OSCAR:
Intorno a cui s'affollano
Tutte le stirpi. Del futuro l'alta
Divinatrice ...
GIUDICE:
Che nell'antro abbietto
Chiama i peggiori, d'ogni reo consiglio
Sospetta già. Dovuto è a lei l'esiglio,
Nè muta il voto mio.
GUSTAVO:
(ad Oscar)
Che ne di' tu?
OSCAR:
Difenderla vogl'io.
Volta la terrea
Fronte alle stelle,
Come sfavilla
La sua pupilla,
Quando alle belle
Il fin predice
Mesto o felice
Dei loro amor!
È con Lucifero
D'accordo ognor.
GUSTAVO:
Che vaga coppia ...
Che protettor!
OSCAR:
Chi la profetica
Sua gonna afferra,
O passi 'l mare,
Voli alla guerra,
Le sue vicende
Soavi, amare
Da questa apprende
Nel dubbio cor.
È con Lucifero
D'accordo ognor.
GIUDICE:
Sia condannata!
OSCAR:
(verso il conte)
Assolverla degnate.
GUSTAVO:
Ebben, tutti chiamate:
Or v'apro un mio pensier.
(Renato ed Oscar invitano a rientrar gli usciti)
GUSTAVO:
Signori: oggi d'Ulrica
Alla magioni v'invito,
Ma sotto altro vestito;
Io là sarò.
RENATO:
Davver?
GUSTAVO:
Sì, vo' gustar la scena.
RENATO:
L'idea non è prudente.
OSCAR:
La trovo anzi eccellente,
Feconda di piacer.
RENATO:
Te ravvisar taluno
Ivi potria.
GUSTAVO:
Qual tema!
SAMUEL E TOM:
(sogghignando)
Ve', ve', di tutto trema
Codesto consiglier.
GUSTAVO:
(ad Oscar)
E tu m'appronta un abito
Da pescator.
SAMUEL, TOM E LORO ADERENTI:
(sottovoce)
Chi sia
Che alla vendetta l'adito
Non s'apra alfin colà?
GUSTAVO:
Ogni cura si doni al diletto,
E s'accorra nel magico tetto:
Tra la folla de' creduli ognuno
S'abbandoni e folleggi con me.
RENATO:
E s'accorra, ma vegli 'l sospetto
Sui perigli che fremono intorno,
Ma protegga il magnanimo petto
Di chi nulla paventa per sè.
OSCAR:
L'indovina ne dice di belle,
E sta ben che l'interroghi anch'io;
Sentirò se m'arridon le stelle,
Di che sorti benefica m'è.
GUSTAVO:
Ogni cura si doni al piacer.
RENATO:
E s'accorra e si vegli.
GUSTAVO:
Dunque, signori, aspettovi,
Incognito, alle tre
Nell'antro dell'oracolo,
Della gran maga al piè.
OSCAR, UFFICIALI, GENTILUOMINI:
Teco sarem di subito,
Incogniti, alle tre
Nell'antro dell'oracolo,
Della gran maga al piè.
RENATO:
E s'accorra, ma vegli 'l sospetto ecc.
SAMUEL, TOM E LORO ADERENTI:
Senza posa vegliamo all'intento,
Nè si perda ove scocchi il momento.
Forse l'astro che regge il suo fato
Nell'abisso là spegnersi de'.
GUSTAVO:
Alle tre nell'antro dell'oracolo.
Ogni cura si doni al diletto,
E s'accorra al fatidco tetto:
Per un di si folleggi, si scherzi,
Mai la vita più cara non è.
UFFICIALI, GENTILUOMINI:
Sì! Alfin brilli d'un po' di follia
Questa vita che il cielo ne diè.
RENATO:
Ma protegga il magnanimo petto
Di chi nulla paventa per sè.
OSCAR:
Sentirò se m'arridon le stelle,
Qual presagio le dettan per me.
SAMUEL, TOM E LORO ADERENTI:
Forse l'astro che regge il suo fato
Nell'abisso là spegnersi de'.
TUTTI:
Alle tre, alle tre.
GUSTAVO:
Dunque, signori, aspettovi, ecc.
TUTTI GLI ALTRI:
Teco sarem di subito, ecc.
ATTO PRIMO
QUADRO II
A sinistra un camino, il fuoco è acceso, e la caldaia magica fuma sovra un
treppiè;
dallo stesso lato l'uscio d'un oscuro recesso. Sul davanti, una piccola porta
segreta.
Nel fondo, l'entrata della porta maggiore con ampia finestra da lato.
In mezzo, una rozza tavola, e pendenti dal tetto e dalle pareti stromenti ed
arredi analoghi
che al luogo. Nel fondo uomini e donne del popolo. Ulrica presso la tavola; poco
distanti,
un fanciullo ed una giovinetta che le domandano la buona ventura.
POPOLANE:
Zitti ... l'incanto non dèssi turbare.
Il demonio tra breve halle a parlare.
ULRICA:
Re dell'abisso, affrettati,
Precipita per l'etra,
Senza librar la folgore
Il tetto mio penètra.
Omai tre volte l'upupa
Dall'alto sospirò;
La salamandra ignivora
Tre volte sibilò ...
E delle tombe il gemito
Tre volte a me parlò.
(Riccardo entra vestito da pescatore, avanzandosi tra la folla, nè scorgendo
alcuno dei suoi)
GUSTAVO:
Arrivo il primo!
POPOLANE:
(respingendolo)
Villano, dà indietro.
(Riccardo s'allontana ridendo)
Oh, come tutto riluce di tetro!
ULRICA:
(con esaltazione, declamando)
È lui, è lui! ne' palpiti
Come risento adesso
La voluttà riardere
Del suo tremendo amplesso!
La face del futuro
Nella sinistra egli ha.
M'arrise al mio scongiuro,
Rifolgorar la fa:
Nulla, più nulla ascondersi
Al guardo mio potrà!
(Batte al suolo esparisce)
POPOLANE:
Evviva la maga!
ULRICA:
(di sotterra)
Silenzio, silenzio!
SILVANO:
(rompendo la calca)
Su, fatemi largo, saper vo' il mio fato.
Del conte sono servo, son suo marinaro:
La morte per esso più volte ho sfidato;
Tre lustri son corsi del vivere amaro,
Tre lustri che nulla s'è fatto per me.
ULRICA:
(ricomparendo)
E chiedi?
SILVANO:
Qual sorte pel sangue versato mi attende.
GUSTAVO:
(Favella da franco soldato)
ULRICA:
(a Cristano)
La mano.
SILVANO:
Prendete.
ULRICA:
(osservando la mano)
Rallegrati omai:
In breve dell'oro e un grado t'avrai.
(Riccardo trae un rotolo e vi scrive su)
SILVANO:
Scherzate?
ULRICA:
Va pago.
GUSTAVO:
(ponendolo in tasca a Silvano che non s'avvede)
(Mentire non de')
SILVANO:
A fausto presagio ben vuolsi mercè.
(Frugando trova il rotolo su cui legge estatico)
"Riccardo al suo caro Silvano uffiziale."
Per bacco! ... non sogno! dell'oro ed un grado!
Evviva! Evviva!
POPOLANE:
Evviva la nostra Sibilla immortale,
Che spande su tutti ricchezze e piacer.
(S'ode picchiare alla piccola porta)
POPOLANE:
Si batte!
(Ulrica va ad aprire ed entra un servo)
GUSTAVO:
(Che veggo! sull'uscio segreto
Un servo d'Amelia!)
SERVO:
(sommessamente ad Ulrica, ma inteso da Riccardo)
Sentite: la mia
Signora, che aspetta là fuori, vorria
Pregarvi in segreto d'arcano parer.
GUSTAVO:
(Amelia!)
ULRICA:
S'inoltri, ch'io tutti allontano.
GUSTAVO:
(Non me)
(Il servo parte)
ULRICA:
Perchè possa rispondere a voi
È d'uopo che innanzi m'abbocchi a Satano;
Uscite, lasciate ch'io scruti nel ver.
SILVANO, POPOLANE:
Usciamo, si lasci che scruti nel ver.
(Mentre tutti s'allontanano, Riccardo s'asconde. Amelia entra agitatissima)
ULRICA:
Che v'agita cosi?
AMELIA:
Segreta, acerba
Cura che amor destò ...
GUSTAVO:
(nascosto)
(Che ascolto!)
ULRICA:
E voi cercate?
AMELIA:
Pace ... svellermi dal petto
Chi sì fatale e desolato impera!
Lui, che su tutti il ciel arbitro pose.
GUSTAVO:
(Che ascolto? Anima mia!)
ULRICA:
L'oblio v'è dato. Arcane
Stille conosco d'una magic'erba,
Che rinnovella il cor ... Ma chi n'ha d'uopo
Spiccarla debbe di sua man nel fitto
Delle notti. Funereo
È il loco.
AMELIA:
Ov'è?
ULRICA:
L'osate voi?
AMELIA:
(risoluta)
Sì, qual esso sia.
ULRICA:
Dunque ascoltate:
Della città all'occaso,
Là dove al tetro lato
Batte la luna pallida
Sul campo abbominato ...
Abbarbica gli stami,
A quelle pietre infami,
Ove la colpa scontasi
Coll'ultimo sospir!
AMELIA:
Mio Dio! qual loco!
ULRICA:
Attonita e già tremante siete?
GUSTAVO:
(Pover cor!)
ULRICA:
V'esanima?
AMELIA:
Agghiaccio ...
ULRICA:
E l'oserete?
AMELIA:
Se tale è il dover mio
Troverò possa anch'io.
ULRICA:
Stanotte?
AMELIA:
Sì.
GUSTAVO:
(Non sola:
Chè te degg'io seguir)
AMELIA:
Consentimi, o Signore,
Virtù ch'io lavi 'l core.
E l'infiammato palpito
Nel petto mio sopir.
ULRICA:
Va, non tremar, l'incanto
Inaridisce il pianto.
Osa e berrai nel farmaco
L'oblio de'tuoi martir.
GUSTAVO:
(Ah! Ardo, e seguirla ho fisso
Se fosse nell'abisso,
Pur ch'io respiri, Amelia,
L'aura de' tuoi sospir)
VOCI:
(dal fondo)
Figlia d'averno, schiudi la chiostra,
(spinte alla porta)
E tarda meno a noi ti mostra.
ULRICA:
(ad Amelia)
Presto, partite ... Addio.
AMELIA:
Stanotte ... Addio.
GUSTAVO:
(Non sola: chè te degg'io seguir!)
(Amelia fugge per la porta segreta.
Ulrica apre l'entrata maggiore: entrano Samuel, Tom e aderenti, Oscar,
gentiluomini e ufficiali travestiti bizzarramente, ai quali s'unisce Riccardo)
SAMUEL, TOM, CORO:
Su, profetessa, monta il treppiè,
Canta il futuro,
OSCAR:
Ma il conte dov'è?
GUSTAVO:
(fattosi presso a lui)
Taci, nascondile che qui son io.
(poi volto rapidamente ad Ulrica)
Or tu, Sibilla, che tutto sai,
Della mia stella mi parlerai.
SAMUEL, TOM, CORO:
Canta il futuro, canta il futuro!
GUSTAVO:
Di' tu se fedele
Il flutto m'aspetta,
Se molle di pianto
La donna diletta
Dicendomi addio
Tradì l'amor mio.
Con lacere vele
E l'alma in tempesta,
I solchi so franger
Dell'onda funesta,
L'averno ed il cielo
Irati sfidar.
Sollecita esplora,
Divina gli eventi:
Non possono i fulmin,
La rabbia de' venti,
La morte, l'amore
Sviarmi dal mar.
OSCAR, SAMUEL, TOM, CORO:
Non possono i fulmin,
La rabbia de' venti,
La morte, l'amore
Sviarlo dal mar.
GUSTAVO:
Sull'agile prora
Che m'agita in grembo,
Se scosso mi sveglio
Ai fischi del nembo,
Ripeto fra' tuoni
Le dolci canzoni,
Le dolci canzoni
Del tetto natio,
Che i baci ricordan
Dell'ultimo addio,
E tutte raccendon
Le forze tua profezia,
Di ciò che può sorger
Dal fato qual sia;
Nell'anime nostre
Non entra terror.
OSCAR, SAMUEL, TOM, CORO:
Nell'anime nostre
Non entra terror.
ULRICA:
Chi voi siate, l'audace parola
Può nel pianto prorompere un giorno,
Se chi sforza l'arcano soggiorno
Va la colpa nel duolo a lavar.
Se chi sfida il suo fato insolente
Deve l'onta nel fato scontar.
GUSTAVO:
Orsù, amici.
SAMUEL:
Ma il primo chi fia?
OSCAR:
Io.
GUSTAVO:
(offrendo la palma ad Ulrica)
L'onore a me cedi.
OSCAR:
E lo sia.
ULRICA:
(solennemente, esaminando la mano)
È la destra d'un grande, vissuto
Sotto gli astri di Marte.
OSCAR:
Nel vero ella colse.
GUSTAVO:
Tacete.
ULRICA:
(staccandosi da lui)
Infelice ... Va ... mi lascia ...
Non chieder di più.
GUSTAVO:
Su, prosegui.
ULRICA:
No ... lasciami.
GUSTAVO:
Parla.
ULRICA:
(evitando)
Va ... Te ne prego.
OSCAR, SAMUEL, TOM, CORO:
(a Ulrica)
Eh, finiscila omai.
GUSTAVO:
Te lo impongo.
ULRICA:
Ebben, presto morrai.
GUSTAVO:
Se sul campo d'onor, ti so grado.
ULRICA:
(con più forza)
No ... per man d'un amico.
OSCAR:
Gran Dio!
Quale orror!
SAMUEL, TOM, CORO:
Quale orror!
ULRICA:
Così scritto è lassù.
GUSTAVO:
(guardandosi intorno)
È scherzo od è follia
Siffatta profezia:
Ma come fa da ridere
La lor credulità!
ULRICA:
(passando innanzi a Samuel e Tom)
Ah voi, signori, a queste
Parole mie funeste
Voi non osate ridere;
Che dunque in cor vi sta?
SAMUEL E TOM:
La sua parola è dardo,
È fulmine lo sguardo,
Dal confidente dèmone
Tutto coestei risà.
OSCAR, CORO:
Ah! Tal fia dunque il fato?
Ch'ei cada assassinato?
Al sol pensarci l'anima
Abbrividendo va.
GUSTAVO:
Finisici il vaticinio.
Di', chi fia dunque l'uccisor?
ULRICA:
Chi primo
Tua man quest'oggi stringerà.
GUSTAVO:
(con vivacità)
Benissimo.
(offrendo la destra ai circostanti che non osano toccare)
Qual è di voi, che provi
L'oracolo bugiardo?
Nessuno!
(Renato appare all'entrata)
GUSTAVO:
(accorrendo a lui e stringendogli la mano)
Eccolo.
SAMUEL, TOM, CORO:
È desso!
SAMUEL E TOM:
(ai loro aderenti)
Respiro; il caso ne salvò.
CORO:
(contro Ulrica)
L'oracolo mentiva.
GUSTAVO:
Sì; perchè la man che stringo
È del più fido amico mio!
RENATO:
Riccardo!
ULRICA:
(riconoscendo il conte)
Il conte! ...
GUSTAVO:
(a lei)
Nè chi fossi il genio tuo
Ti rivelò, nè che voleano al bando
Oggi dannarti.
ULRICA:
Me?
GUSTAVO:
(gettandole una borsa)
T'acqueta e prendi.
ULRICA:
Magnanimo tu sei, ma v'ha fra loro
Il traditor; più d'uno
Forse ...
SAMUEL E TOM:
(Gran Dio!)
GUSTAVO:
Non più.
SILVANO, CORO:
(da lontano)
Viva Riccardo!
OSCAR, ULRICA, GUSTAVO, RENATO, SAMUEL, TOM:
Quai voci?
CORO:
(da lontano) Viva!
SILVANO:
(dal fondo, volto ai suoi)
È lui, ratti movete, è lui:
Il nostro amico e padre.
(Marinai, uomini e donne del popolo s'affollano all'entrata)
Tutti con me chinatevi al suo piede
E l'inno suoni della nostra fè.
SILVANO, CORO:
O figlio della patria,
Amor di questa terra!
Reggi felice, arridano
Gloria e salute a te.
OSCAR:
Il più superbo alloro
Che vince ogni tesoro
Alla tua chioma intrecciano
Riconoscenza a fè.
GUSTAVO:
E posso alcun sospetto
Alimentar nel petto,
Se mille cuori battono
Per immolarsi a me?
RENATO:
Ma la sventura è cosa
Pur ne' trionfi ascosa,
Là dove il fato ipocrita
Veli una rea mercè.
SAMUEL, TOM E LORO ADERENTI:
(fra loro)
Chiude al ferir la via
Questa servil genìa,
Che sta lambendo l'idolo,
E che non sa il perchè.
ULRICA:
Non crede al proprio fato
Ma pur morrà piagato.
Sorrise al mio presagio
Ma nella fossa ha il piè.
ATTO SECONDO
Campo solitario nei dintorni di Boston appiè d'un colle scosceso.
A sinistra, nel basso, biancheggiano due pilastri; la luna leggermente velata
illumina alcuni punti della scena.
Amelia appare dalle eminenze, s'inginocchia e prega, poi si alza ed a poco a
poco discende dal colle.
AMELIA:
Ecco l'orrido campo ove s'accoppia
Al delitto la morte!
Ecco là le colonne ...
La pianta è là, verdeggia al piè. S'inoltri,
Ah, mi si aggela il core!
Sino il rumor de' passi miei, qui tutto
M'empie di raccapriccio e di terrore!
E se perir dovessi?
Perire! ebben, tal è, s'adempia, e sia.
(Fa per avviarsi)
Ma dall'arido stelo divulsa
Come avrò di mia mano quell'erba,
E che dentro la mente convulsa
Quell'eterea sembianza morrà,
Che ti resta, perduto l'amor ...
Che ti resta, mio povero cor!
Ah! chi piange, qual forza m'arretra?
M'attraversa la squallida via?
Su, corraggio ... e tu fatti di pietra,
Non tradirmi, dal pianto ristà;
O finisci di battere e muor,
T'annienta, mio povero cor!
(S'ode un tocco d'ore)
Mezzanotte! - Ah, che veggio? una testa
Di sotterra si leva ... e sospira!
Ha negli occhi il baleno dell'ira
E m'affisa e terribile sta!
(Cade in ginocchio)
Deh! mi reggi, m'aita, o Signor,
Miserere d'un povero cor!s
GUSTAVO:
(uscendo improvvisamente)
Teco io sto.
AMELIA:
Gran Dio!
GUSTAVO:
Ti calma!
AMELIA:
Ah!
GUSTAVO:
Di che temi?
AMELIA:
Ah, mi lasciate ...
Son la vittima che geme ...
Il mio nome almen salvate ...
O lo strazio ed il rossore
La mia vita abbatterà.
GUSTAVO:
Io lasciarti? No, giammai;
Nol poss'io; che' m'arde in petto
Immortal di te l'affetto.
AMELIA:
Ah, Signor, abbiatemi pietà.
GUSTAVO:
Così parli a chi t'adora?
Pietà chiedi, e tremi ancora?
Il tuo nome intemerato,
L'onor tuo sempre sarà.
AMELIA:
Ma, Riccardo, io son d'altrui ...
Dell'amico più fidato ...
GUSTAVO:
Taci, Amelia ...
AMELIA:
Io son di lui,
Che darìa la vita a te.
GUSTAVO:
Ah crudele, e mel rammemori,
Lo ripeti innanzi a me!
Non sai tu che se l'anima mia
Il rimorso dilacera e rode,
Quel suo grido non cura, non ode,
Sin che l'empie di fremiti amor? ...
Non sai tu che di te resterìa,
Se cessasse di battere il cor!
Quante notti ho vegliato anelante!
Come a lungo infelice lottai!
Quante volte dal cielo implorai
La pietà, che tu chiedi da me!
Ma per questo ho potuto un instante,
Infelice, non viver di te?
AMELIA:
Ah! deh, soccorri tu, cielo, all'ambascia
Di chi sta fra l'infamia e la morte:
Tu pietoso rischiara le porte
Di salvezza all'errante mio piè.
(a Riccardo)
E tu va, ch'io non t'oda, mi lascia:
Son di lui, che il suo sangue ti diè.
GUSTAVO:
La mia vita ... l'universo,
Per un detto ...
AMELIA:
Ciel pietoso!
GUSTAVO:
Di' che m'ami ...
AMELIA:
Va, Riccardo!
GUSTAVO:
Un sol detto ...
AMELIA:
Ebben, sì, t'amo ...
GUSTAVO:
M'ami, Amelia!
AMELIA:
Ma tu, nobile,
Me difendi dal mio cor!
GUSTAVO:
(fuori di sè)
M'ami, m'ami! ... oh sia distrutto
Il rimorso, l'amicizia
Nel mio seno: estinto tutto,
Tutto sia fuorchè l'amor!
Oh, qual soave brivido
L'acceso petto irrora!
Ah, ch'io t'ascolti ancora
Rispondermi così!
Astro di queste tenebre
A cui consacro il core:
Irradiami d'amore
E più non sorga il di!
AMELIA:
Ahi! sul funereo letto
Ov'io sognava spegnerlo,
Gigante torna in petto
L'amor che mi feri!
Chè non m'è dato in seno
A lui versar quest'anima?
O nella morte almeno
Addormentarmi qui?
GUSTAVO:
Amelia, tu m'ami?
AMELIA:
Sì ... t'amo.
GUSTAVO:
Irradiami d'amor!
AMELIA:
Ma tu, nobile,
Me difendi dal mio cor!
GUSTAVO:
Tu m'ami, Amelia?
Oh, qual soave brivido ecc.
AMELIA:
Ah, sul funereo letto ecc.
(La luna illumina sempre più)
AMELIA:
Ahimè! S'appressa alcun!
GUSTAVO:
Chi giunge in questo
Soggiorono della morte?
(fatti pochi passi)
Ah, non m'inganno ...
(Si vede Renato)
Renato!
AMELIA:
(abbassando il velo atterrita)
Il mio consorte!
GUSTAVO:
(incontrando Renato)
Tu qui?
RENATO:
Per salvarti da lor, che celati
Lassù, t'hanno in mira.
GUSTAVO:
Chi son?
RENATO:
Congiurati.
AMELIA:
(O ciel!)
RENATO:
Trasvolai nel manto serrato,
Così che m'han preso per un dell'agguato,
E intesi taluno proromper: L'ho visto,
È il sire; un'ignota beltade è con esso.
Poi altri qui volto: Fuggevole acquisto!
S'ei rade la fossa, se il tenero amplesso
Troncar di mia mano repente saprò.
AMELIA:
(Io muoio ... )
GUSTAVO:
(a lei)
Fa core.
RENATO:
(coprendolo col suo mantello)
Ma questo il do.
(poi additandogli un viottolo a destra)
E bada, lo scampo t'è libero là.
GUSTAVO:
(Prende per mano Amelia)
Salvarti degg'io ...
AMELIA:
(sottovoce a lui)
Me misera! Va ...
RENATO:
(passando ad Amelia)
Ma voi non vorrete segnarlo, o signora,
Al ferro spietato!
(Dilegua nel fondo e va a vedere se s'avanzano)
AMELIA:
(a Riccardo)
Deh, solo t'invola.
GUSTAVO:
Che qui t'abbandoni? ...
AMELIA:
T'è libero ancora
Il passo, deh, fuggi ...
GUSTAVO:
E lasciarti qui sola
Con esso? No, mai! piuttosto morrò.
AMELIA:
O fuggi, o che il velo dal capo torrò.
GUSTAVO:
Che dici?
AMELIA:
Risolvi.
GUSTAVO:
Desisti.
AMELIA:
Lo vo'.
(Riccardo esita, ma ella rinnova l'ordine colla mano)
(Salvarlo a quest'alma se dato sarà,
Del fiero suo fato più tema non ha)
(Al ricomparire di Renato, il conte gli va incontro)
GUSTAVO:
(solennemente)
Amico, gelosa t'affido una cura:
L'amor che mi porti garante mi sta.
RENATO:
Affidati, imponi.
GUSTAVO:
(indicando Amelia)
Promettimi, giura
Che tu l'addurrai, velata, in città,
Nè un detto, nè un guardo su essa trarrai.
RENATO:
Lo giuro.
GUSTAVO:
E che tocche le porte, n'andrai
Da solo all'opposto.
RENATO:
Lo giuro, e sarà.
AMELIA:
(sommessamente a Riccardo)
Odi tu come fremono cupi
Per quest'aura gli accenti di morte?
Di lassù, da quei negri dirupi
Il segnal de' nemici partì.
Ne' lor petti scintillano d'ira ...
E già piomban, t'accerchiano fitti ...
Al tuo capo già volser la mira ...
Per pietà, va, t'invola di qui.
RENATO:
(staccandosi dal fondo ove stava esplorando)
Fuggi, fuggi, per l'orrida via
Sento l'orma dei passi spietati.
Allo scambio dei detti esecrati
Ogni destra la daga brandi,
Va, ti salva, o che il varco all'uscita
Qui fra poco serrarsi vedrai;
Va, ti salva; del popolo è vita,
Questa vita che getti così.
GUSTAVO:
(Traditor, congiurati son essi
Che minacciano il vivere mio?
Ah, l'amico ho tradito pur io ...
Son colui che nel cor lo ferì!
Innocente, sfidati li avrei:
Or d'amore colpevole ... fuggo.
La pietà del Signore su lei
Posi l'ale, protegga i suoi di!)
(Riccardo esce)
RENATO:
Seguitemi.
AMELIA:
(Mio Dio!)
RENATO:
Perchè tremate?
Fida scorta vi son, l'amico accento
Vi risollevi il cor!
(Dalle alture compariscono Samuel e Tom con seguito)
SAMUEL, TOM, CORO:
(dall'alto)
Avventiamoci su lui,
Chè scoccata è l'ultim'ora.
AMELIA:
Eccoli!
RENATO:
Presto.
Appoggiatevi a me.
AMELIA:
(Morir mi sento)
SAMUEL, TOM, CORO:
Il saluto dell'aurora
Pel cadavere sarà.
SAMUEL:
Scerni tu quel bianco velo
Onde spicca la sua dea?
TOM:
Sì precipiti dal cielo All'inferno.
RENATO:
(forte)
Chi vi là?
SAMUEL:
Non è desso!
TOM:
O furor mio!
CORO:
Non è desso!
RENATO:
No, son io
Che dinnanzi a voi qui sta.
TOM:
Il suo fido!
SAMUEL:
Men di voi
Fortunati fummo noi;
Chè il sorriso d'una bella
Stemmo indarno ad aspettar.
TOM:
Io per altro il volto almeno
Vo' a quest'Iside mirar.
(Alcuni dei suoi rientrano con fiaccole accese)
RENATO:
(colla mano sull'elsa)
Non un passo: se l'osate
Traggo il fero ...
SAMUEL:
Minacciate?
TOM:
Non vi temo.
(La luna è in tutto il suo splendore)
AMELIA:
(O ciel, aita!)
CORO:
(verso Renato)
Giù l'acciaro!
RENATO:
Traditori!
TOM:
(Va per instrappare il velo ad Amelia)
Vo' finirla ...
RENATO:
(snudando la spada)
E la tua vita
Quest'insulto pagherà.
AMELIA:
No; fermatevi ...
(Nell'atto che tutti s'avventano contro Renato,
Amelia fuori di sè, inframmettendosi, lascia cadere il velo)
RENATO:
(colpito)
Che! ... Amelia!
SAMUEL, TOM, CORO:
Lei! ... Sua moglie!
AMELIA:
O ciel! pietà!
RENATO:
Amelia!
SAMUEL:
(sogghignando)
Ve', se di notte qui colla sposa
L'innamorato campion si posa
E come al raggio lunar del miele
Sulle rugiade corcar si sa!
SAMUEL E TOM:
Ah! ah! ah!
E che baccano sul caso strano
E che commenti per la città!
RENATO:
(fisso alla via onde fuggì Riccardo)
Così mi paga se l'ho salvato!
Per lui non posso levar la fronte,
Sbranato il cor per sempre m'ha!
AMELIA:
A chi nel mondo crudel più mai,
Misera Amelia, ti volgerai? ...
La tua spregiata lacrima, quale,
Qual man pietosa rasciugherà?
SAMUEL, TOM, CORO:
Ah! ah! ah!
E che baccano sul caso strano
E che commenti per la città!
Ve', la tragedia mutò in commedia.
RENATO:
(Si avvicina a Samuel e Tom e risolutamente dice loro:)
Converreste a casa mia
Sul mattino di domani?
SAMUEL:
Forse ammenda aver chiedete?
RENATO:
No, ben altro in cor mi sta.
SAMUEL:
Che vi punge?
RENATO:
Lo saprete se verrete.
SAMUEL E TOM:
E ci vedrai.
(nell'uscire seguiti dai loro)
Dunque andiam: per vie diverse
L'un dall'altro s'allontani.
SAMUEL, TOM, CORO:
Il mattino di domani
Grandi cose apprenderà.
Andiam, andiam.
Ve', la tragedia mutò in commedia.
Ah! ah! ah! ecc.
RENATO:
(Rimasto solo con Amelia, le dice fremendo)
Ho giurato che alle porte
V'addurrei della città.
AMELIA:
(Come sonito di morte
La sua voce al cor mi va!)
SAMUEL, TOM, CORO:
(in lontanaza)
Ah! ah! ah!
RENATO:
Andiam! Andiam!
AMELIA:
Oh no! pietà!
SAMUEL, TOM, CORO:
(fuori scena)
E che baccano sul caso strano ecc.
ATTO TERZO
QUADRO I
Una stanza da studio nell'abitazione di Renato.
Sovra un caminetto di fianco due vasi di bronzo, rimpetto a cui la biblioteca.
Nel fondo v'ha un magnifico ritratto del conte Riccardo in piedi, e, nel mezzo della
scena, una tavola.
(Entrano Renato e Amelia)
RENATO:
(deposta la spada e chiusa la porta)
A tal colpa è nulla il pianto,
Non la terge e non la scusa.
Ogni prece è vana ormai;
Sangue vuolsi, e tu morrai.
AMELIA:
Ma se reo, se reo soltanto
È l'indizio che m'accusa?
RENATO:
Taci, adultera!
AMELIA:
Gran Dio!
RENATO:
Chiedi a lui misericordia.
AMELIA:
E ti basta un sol sospetto?
E vuoi dunque il sangue mio?
E m'infami, e più non senti
Né giustizia, né pietà?
RENATO:
Sangue vuolsi, e tu morrai.
AMELIA:
Un istante, è ver l'amai
Ma il tuo nome non macchiai.
Sallo Iddio, che nel mio petto
Mai non arse indegno affetto.
RENATO:
(ripigliando la spada)
Hai finito? Tardi è omai ...
Sangue vuolsi, e tu morrai.
AMELIA:
Ah! mi sveni! ... ebbene sia ...
Ma una grazia ...
RENATO:
Non a me.
La tua prece al ciel rivolgi.
AMELIA:
(genuflessa)
Solo un detto ancora a te.
M'odi, l'ultimo sarà.
Morrò, ma prima in grazia,
Deh! mi consenti almeno
L'unico figlio mio
Avvincere al mio seno.
E se alla moglie nieghi
Quest'ultimo favor,
Non rifiutarlo ai prieghi
Del mio materno cor.
Morrò, ma queste viscere
Consolino i suoi baci,
Or che l'estrema è giunta
Dell'ore mie fugaci.
Spenta per man del padre,
La man ei stenderà
Sugli occhi d'una madre
Che mai più non vedrà!
RENATO:
(additandole, senza guardarla, un uscio)
Alzati; là tuo figlio
A te concedo riveder. Nell'ombra
E nel silenzio, là,
Il tuo rossore e l'onta mia nascondi.
(Amelia esce)
Non è su lei, nel suo
Fragile petto che colpir degg'io.
Altro, ben altro sangue a terger dèssi
L'offesa! ...
(fissando il ritratto)
Il sangue tuo!
E lo trarrà il pugnale
Dallo sleal tuo core,
Delle lagrime mie vendicator!
Eri tu che macchiavi quell'anima,
La delzia dell'anima mia;
Che m'affidi e d'un tratto esecrabile
L'universo avveleni per me!
Traditor! che compensi in tal guisa
Dell'amico tuo primo la fè!
O dolcezze perdute! O memorie
D'un amplesso che l'essere india! ...
Quando Amelia sì bella, sì candida
Sul mio seno brillava d'amor!
È finita, non siede che l'odio
E la morte nel vedovo cor!
O dolcezze perdute, o speranze d'amor!
(Samuel e Tom entrano salutando Renato freddamente)
RENATO:
Siam soli. Udite. Ogni desegno vostro
M' è noto. Voi di Riccardo la morte
Volete.
TOM:
È un sogno.
RENATO:
(mostrando alcune carte che ha sul tavolo)
Ho qui le prove!
SAMUEL:
(fremendo)
Ed ora la trama al conte tu svelerai?
RENATO:
No, voglio dividerla.
SAMUEL E TOM:
Tu scherzi.
RENATO:
E non co' detti:
Ma qui col fatto struggerò i sospetti.
Io son vostro, compagno m'avrete
Senza posa a quest'opra di sangue.
Se vi manco.
SAMUEL:
Ma tal mutamento
È credibile appena.
RENATO:
Qual fu la cagion non cercate.
Son vostro per la vita dell'unico figlio!
SAMUEL:
Ei non mente.
TOM:
No, non mente.
RENATO:
Esitate?
SAMUEL E TOM:
Non più.
RENATO:
Non più.
RENATO, SAMUEL, TOM:
Dunque l'onta di tutti sol una,
Uno il cor, la vendetta sarà,
Che tremenda, repente, digiuna
Su quel capo esecrato cadrà!
RENATO:
D'una grazia vi supplico.
SAMUEL:
E quale?
RENATO:
Che sia dato d'ucciderlo a me.
SAMUEL:
No, Renato: l'avito castello
A me tolse, e tal dritto a me spetta.
TOM:
Ed a me cui spegneva il fratello,
Cui decenne agonia di vendetta
Senza requie divora, qual parte
Assegnaste?
RENATO:
Chetatevi, solo
Qui la sorte decidere de'.
(Prende un vaso dal camino e lo colloca sulla tavola.
Samuel scrive tre nomi e vi getta dentro i biglietti. Entra Amelia)
E chi viene?
(incontrandola)
Tu? ...
AMELIA:
V'è Oscarre che porta
Un invito del sire.
RENATO:
(fremente)
Di lui! ...
Che m'aspetti.
(ad Amelia)
E tu resta, lo dèi:
Poi che parmi che il cielo t'ha scorta.
AMELIA:
(Qual tristezza m'assale, qual pena!
Qual terribile lampo balena!)
RENATO:
(additando sua moglie a Samuel e Tom)
Nulla sa: non temete. Costei
Esser debbe anzi l'auspice lieto.
(ad Amelia traendola verso la tavola)
V'ha tre nomi in quell'urna: un ne tragga
L'innocente tua mano.
AMELIA:
(tremante)
E perche?
RENATO:
(fulminandola con lo sguardo)
Obbedisci: non chieder di più.
AMELIA:
(Non è dubbio; il feroce decreto
Mi vuol parte ad un'opra di sangue)
(Con mano tremante estrae dal vaso un biglietto che suo marito passa a Samuel)
RENATO:
Qual è dunque l'eletto?
SAMUEL:
(con dolore)
Renato.
RENATO:
(con esalatazione)
Il mio nome! O giustizia del fato;
La vendetta mi deleghi tu!
AMELIA:
(Di Riccardo la morte si vuole!
Non celâr le crudeli parole!
Su quel capo snudati dall'ira
I lor ferri scintillano già!)
RENATO, SAMUEL, TOM:
Sconterà della patria il pianto
Lo sleal che ne fece suo vanto.
Se traffisse, soccomba trafitto,